Lo sbalzo di luce gli faceva male agli occhi. Faceva buio prima e dopo lampade e flash le pupille gli si erano ristrette rapidissimamente. Aveva d'aspettare ancora qualche minuto prima dell'autobus che lo avrebbe portato a casa. In quella città già da un paio d'anni non era ancora riuscito a coordinarsi con gli orari dei mezzi: troppo prima, troppo dopo o alla ricerca di autobus inesistenti. Decise comunque di fumare una sigaretta. Le sigarette, si sa, fanno arrivare i mezzi. Quando fumi con piacere allora ti secca buttare la cicca con almeno ancora quattro cinque tiri attaccati, ma quando lo sai e lo fai apposta, allora quei fari che si avvicinano non fanno altro che convalidare la tua tesi e la sigaretta la pesti con piacere. Quella voltà non funzionò. I pensieri allora si accavallarono, ma non come gambe di donna, come gli piaceva pensare di solito, più come date in un esame di storia. E il fumo saliva e la pazienza scendeva e intanto le mani sudavano nelle tasche nonostante il freddo. Ma poi che cazzo ci faceva quella macchina della polizia nel cortile del tipo. Finalmente un bus, non era il suo ma non si sa mai, meglio smollarsela, prima che qualcuno arrivi a fare domande stupide. Chi lo sà magari il coinquilino del tipo è uno sbirro, forse lo è il tipo stesso, magari gli ha detto qualcosa della macchina fotografica. Meglio andare. L'autobus era di quelli piccoli che portano in centro. Questo lo avrebbe fatto dopo quindici minuti di sosta al capolinea. Erano soli. Lui e l'autista all'Agroalimentare. Quel coglione non faceva che fissarlo dallo specchietto. Sali, scendi, fuma un'altra sigaretta, niente da fare il tipo continuava a fissarlo. Il coglione gli fece cenno per ripartire e lui si trattenne a stento dall'urlargli in faccia cosa cazzo volesse. Più avanti, ritornati nella civiltà della zona commerciale, erano saliti due tipi, alti, uno era pure pelato e comunque tutti e due avevano la tracolla, niente da fare erano sbirri. Meglio scendere e cambiare autobus, lo avevano sicuramente seguito dalla fermata mezz'ora prima. Non sarebbe dovuto andare in quella casa, lo sapeva, e poi tutta quella gentilezza e tutto quel parlare della macchina fotografica, avrebbero dovuto insospettirlo, insomma erano quasi estranei. Miracolosamente c'era il 32 quello lo avrebbe portato vicino alla Bottega, lì avrebbe potuto finalmente rilassarsi con un caffé corretto e tre sigarette meditative. Verso il centro i lampioni riflessi lo abbagliavano come lampade, al centro di un interrogatorio che la città intera gli stava facendo. Stava quasi arrivando alla fermata della Bottega, quando improvvisamente vide una macchina dietro il bus, gli sembrò di riconoscere il tipo all'interno, forse il suo coinquilino forse nessuno dei due. Strattonò una ragazza con lo zaino e diede una spallata ad un'altra con le Hogan e riuscì a scendere prima che le porte si chiudessero. Fuori si fermò. Le macchine dietro proseguirono. La luce gialla sul tufo rilasso i suoi occhi. Allora accese una sigaretta e s'incamminò.
mercoledì 24 ottobre 2012
lunedì 4 giugno 2012
La tour
Ti vedo ancora,
come fuochi d'artificio
scorti da lontano
dove lo scoppio non colpisce
e solo una vista opaca
e luminescente
ricorda che di là
qualcuno sorride,
si copre i lobi tremolanti.
L'ebrezza del boato,
il fatto che non sia vero
è proprio quello che mi manca di te.
sabato 3 marzo 2012
L'île
se non parlo
per non sprecare lacrime
il silenzio
scava le righe dove
i pensieri scivolano
lenti e acidi.
ma niente si scioglie.
mi ritrovo fermo
costretto nel tempo degli altri
come in una continua risacca
che mi riporta
solo vite di seconda mano.
lunedì 27 febbraio 2012
Attentes
Debout, je descends
les escaliers de mon coeur,
en cherchant de m'eloigner
par ce que j'imagine être
mon future,
de ce que, en fait, est
le chagrin que me brûle la poitrine,
qui me réveille la nuit,
qui me fait oublier tous
sauf que lui même.
Je ne suis plus debout,
mais assis sur les marches,
en attendant d'être guéri.
domenica 5 febbraio 2012
Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

Aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per convincermi a partire, eppure quando si era accorto che me ne andavo sul serio, che alla fine era tutto deciso, non era felice per me. Forse era deluso. O forse pensava che la mia partenza fosse una specie di giudizio su chi mi lasciavo alle spalle.
Credo che prima di tutto questo libro sia un libro scritto da una lettrice per altri lettori. Questo emerge dalla voglia, dall'invito alla lettura che ti lascia pagina dopo pagina dove la critica dei libri si unisce al romanzo "Leggere Lolita a Teheran". Purtroppo non sono molto ferrato in critica letteraria ed è per questo che non sono riuscito a cogliere a pieno le intuizioni brillanti che sono celate nelle ricostruzioni del seminario tenuto dalla stessa professoressa Nafisi ogni giovedì mattina nel suo appartamento di Teheran. Quello che ho colto e che ho apprezzato è la capacità di sovrapposizione di stilemi letterari diversi alla realtà della Repubblica islamica che accresceva la sua brutalità e repressione di giorno in giorno, di pagina in pagina. Questo è anche un libro molto femminile che però può servire a noi uomini a capire come le differenze di gender, soprattutto in certi contesti, possano realmente fare la differenza tra una vita normale e una sorta d'inferno quotidiano. Infatti quello che a mio parere traspare dal romanzo documentario della Nafisi è come nel contesto iraniano per un uomo, seppur con i suoi valori e la sua fermezza, l'adattamento era ed è una questione molto più semplice e alla portata di quanto non lo possa essere per le donne la cui stessa identità e personalità è stata annullata travalicando i confini del politico e sbarcando nel campo semantico di quello che fa di noi persone. Paradossalmente divertente la contraddizione in cui cadono religiosi e sedicenti tali, che a causa della loro autorità riescono a imporre la superiorità formale dell'uomo, ma che poi sono terribilmente imbarazzati e pudici da non riuscire a sostenere un contatto d'occhi con una donna arrivando quasi a impazzire per una ciocca di capelli fuori posto o una traccia d'ombretto sugl'occhi, spesso reagendo a ciò con violenza e spropositatezza.
Inoltre come già detto il libro è anche un documentario e unitamente una condanna, diventando così un romanzo i cui protagonisti, al di là della Nafisi, rischiano di scomparire per diventare le studentesse e gli studenti iraniani, per diventare l'intelligentia iraniana, per diventare infine la voce di tutto un Iran che dice no alla Repubblica Islamica.
Infine il NO che la Nafisi riesce a dire è partire, decisione travagliata, ma alla fine subitanea. Partire come unica risposta alla realtà. Questo dilemma è quello che mi ha coinvolto anche a me direttamente e qui anche io azzardo un parallelismo con me. Sicuramente né io né voi (chi sarete poi? nessuno) viviamo in una situazione analoga all'Iran, ma a volte penso come vivere in paese così frustrante come il nostro fatto di burocrazia, favoritismi e conoscenze dove mi sento immobile a un passo dal mio futuro che sembra non poter arrivare mai. Andarsene altrove anche qui potrebbe essere la soluzione, ma è anche vero che un paese vuoto rimarrebbe il paese di chi nel nero ci vive bene e che anzi lo coltiva a suo piacimento. Andarsene più che un giudizio sugli altri è forse più un giudizio su noi stessi.
giovedì 3 novembre 2011
country drizzle
ho sognato la tua mano fredda
dell'aria di una giornata d'autunno
trascorsa a reggere l'ombrello
le sigarette, penne e che
infine si richiudeva stanca
sulla mia che fredda
della tua assenza
l'avvolgeva a sentirne i brividi.
domenica 30 ottobre 2011
domenica 16 ottobre 2011
Polite form
domenica 2 ottobre 2011
Acciaio - Silvia Avallone

"Ragazze magre e slanciate, che poco importa cosa combineranno nella vita, perché nell'istante giusto dell'adolescenze sono lì: al centro della pista, nel pieno della festa, sotto i riflettori. E' un istante impagabile di gloria".
Acciaio è la storia di due amiche quasi quattordicenni che vivono in una immaginaria via di Piombino: via Stalingrado. In via Stalingrado ci sono solo palazzoni popolari inframmezzati da cortili e piazzette interne: cuore pulsante delle chiacchere delle signore, dei giochi dei bambini, dei primi amori adolescenziali e dello spaccio e dell'inerzia di chi tira a campare.
Dopo un inizio accattivante tra l'erotico e l'incestuoso, dove il padre/padrone di Francesca - una delle due protagoniste - spia la figlia dal balcone scrutandone i cambiamenti fisici che la fine della pubertà sta facendo esplodere nel suo corpo e in quello della sua amica Anna, il libro s'inerpica in una buona storia che non riesce, a mio vedere, a spiccare il volo: nonostante presunti colpi di scena e spalancamenti di bocca.
Anna e Francesca nonostante l'ambiente in cui vivono sono supposte di una maturità e di una profondità di pensiero stucchevole che le porta a recitare a pappagallo il pensiero e l'idea dell'autrice. L'Avallone è brava a rendercele vere, ma i suoi sforzi si vanificano nell'arzigogolo da romanzo verista che caratterizza certe fasi e frasi del romanzo. Capiamoci, mi è piaciuta l'idea dell'ambientazione, della rappresentazione di un milieu operaio che sta lentamente scomparendo sia dalle finestre dei media, appannate da veline e romanzi d'appendice, sia dalle nostre vite tout court, ma a volte le vite e i pensieri dei personaggi, che rimangono comunque utili ed efficienti alla definizione del romanzo e della storia, paiono arrancare nell'eccessiva caricatura che l'autrice ne fa.
L'aspetto migliore che mi è rimasto del romanzo e che mi ha dato da riflettere è la meravigliosa contraddizione tra l'effimero eppure eterno momento dell'adolescenza: quando non importa cosa sarai, ma chi sei in quel momento quando quello che conta è stare sulla battigia a giocare a pallavolo o al centro del pattinodromo la sera di Ferragosto.
sabato 30 aprile 2011
le billet du train
seduti schiena a schiena,
mi accorgo del vetro terso.
dai miei pensieri che lo appannano
dai tuoi che di brina
lo solcano pari.
il vetro è come il silenzio.
noi siamo come un pensiero:
dissolti tra le gocce dense
dell'aria di mare,
che dal porto, invade la luce.
mercoledì 30 marzo 2011
Sans Serif
mi piace scoprirti
fra i riflessi lucidi
dei bicchieri in esposizione,
a ogni passo ti deformi un po':
ti allunghi e ti riposi.
La fretta del momento
torna indietro
togliendo vacuità
al mio vuoto
e facendomi capire
che in realtà non sei tu.
domenica 6 marzo 2011
venerdì 11 febbraio 2011
Les pies
L'ordito del blu sintetico
seda i miei ricordi.
Porta a casa
solo la risacca
della tempesta.
Il cielo intravisto
sul riflesso della pietra:
grigi densi.
domenica 16 gennaio 2011
giovedì 30 dicembre 2010
Lontano
Sentimenti bianchi e compatti,
dopo la finestra arrivano
in interminabili code
e strascichi.
Fondi rotti per sempre,
da strade e balconi
già dimenticati.
dopo la finestra arrivano
in interminabili code
e strascichi.
Fondi rotti per sempre,
da strade e balconi
già dimenticati.
Tutto statico,
immobile.
Tutto si scioglie a condizione,
per terra resta l'acqua.
mercoledì 13 ottobre 2010
Disegni
Rifugi fugaci di gocce perlate
nascondono l'umido di parole vibrate;
con la malizia delle cose taciute
e il limbo delle idee rimaste incompiute.
Sei un sorriso vezzosamente lasciato
come un fiore, su di un gradino bagnato.
sabato 2 ottobre 2010
venerdì 4 giugno 2010
La Turchia, il Medio Oriente e l'Unione Europea

Sentivo di dover scrivere - anche se le solite quattro cazzate - sul blitz israeliano alla flottiglia di aiuti umanitari partita da Cipro Nord alla volta di Gaza. Pensavo di scrivere il solito pistolotto di condanna nei confronti di uno Stato - Israele - che continua a manifestare impunemente la sua arroganza nei confronti dell'intera comunità internazionale. Condanna anche nei confronti di chi non reagisce a questa arroganza lasciando dichiarazioni desolate sulla perdita di civili - quasi fosse stato un incidente collaterale in un'operazione di guerra.
Ora però vorrei farneticare un po' riguardo alla Turchia. Il mio aio Stefano B. mi faceva riflettere sulle opportunità politiche della Turchia ponendo la questione guardandola in un ottica mediorentale e questo è quello che ho "riflesso". Mi spiego: è della settimana scorsa l'azione diplomatica congiunta di Brasile e Turchia a riguardo della questione iraniana. L'accordo prevedeva l'invio ad Ankara di circa 1.200 tonnellate di uranio "leggermente" arricchito da restituire sotto forma di combustibile nucleare per il reattore a fini medici di Teheran.
Si parla d' Israele e salta fuori l'Iràn. Certo la Turchia - ormai forse un po' lontana dai tempi del suo eroe repubblicano Kemal - favorendo anche indirettamente la flottiglia della pace (basti pensare da dove è partita) organizzata da un movimento come l'ikk così vicino ad Hamas, prende posizione chiaramente nella complessa mensola di spezie che è il medioriente.
Questi sono anni di cambiamento, sentivo oggi alla tv che la turchia si sta islamizzando, ma siamo sicuri che questo sia vero, o almeno vogliamo capire perché succede questo?
La Turchia è un paese enorme, popolato e giovane che ha guardato e in gran parte (forse mi sbaglio) continua a guardare all'Europa come un modello sia da un punto di vista popolare che politico.
Ricordiamo solamente qui dov'erano i missili statunitensi al centro della contrattazione durante la crisi di Cuba oppure da dove sono partiti molti aerei durante le guerre del golfo, senza contare le numerose basi USA e NATO.
Forse per rafforzare la sua immagine di repubblica laica in cui l'Islàm è "solo" la prima religione del paese, la Turchia ha cercato di presentarsi come il primo degli alleati mediorientali dell'Occidente proponendosi come un immaginifico ponte di dialogo. La Turchia però avrebbe voluto anche delle risposte, direbbe il mio arkadash del medio campidano:" nel 2010 nessuno fa niente per niente". Nel senso: la Turchia è stata dichiarata parte dell' Europa dal 1963 con l'Accordo di Ankara e d'allora insegue il vecchio continente tentando di divenire membro dell'allora Comunità vedendosi sorpassare da mezz'europa (si è passati dai 6 del 1963 ai 27 attuali) in gran parte per motivazioni culturali, religiose ed economiche (tonnellate di arance!) a cui poi si è aggiunto il veto cipriota (considerando l'unanimità necessaria ai fini dell'ampliamento).
Per farla breve - in my opinion - la Turchia si sta come girando alle spalle trovandovi un'area del mondo debole e contrastata dal mainstreaming politico mondiale, ma ricca di risorse strategico/economiche di cui potrebbe assumere la leadership. Perché rimanere la cenerentola d'Europa potendo essere la regina del medioriente?
La Turchia ha oggi le carte in regola per assumere questa posizione. È veramente un ponte, ma potrebbe esserlo da Est a Ovest. Sarebbe il caso di valutare seriamente le oppurtunità che l'Europa perde e chi potrebbe ritrovarsi come vicino più che come membro fra cinquant'anni.
venerdì 14 maggio 2010
sabato 27 marzo 2010
Montecristo
Aveva appena finito di sognare una sua vecchia compagna di classe. Quegli amori che t'insegano a riconoscere i tuoi sentimenti. O meglio quando i tuoi sentimenti s'incominciano a rivolgere pienamente alle persone. Da piccoli si riesce a provare sentimenti immensi per cose: pupazzi, pezzi di stoffa, persino parti del proprio corpo d'accarezzare per addormentarsi. Poi invece le persone: la famiglia e l'altro sesso.
Veniva dallo svegliarsi, quindi.
Tutto era buio e si sentiva costretto. L'aria già quasi mancava e lui trasalì. In un istante si ricordò del suo malore, degli occhi degl'infermieri. Ce n'era una con un accento dell'est che lo accarezzava tra i capelli. Era ancora un ragazzo e così disteso tra le sirene dell'ambulanza doveva far pena.
Era sepolto vivo.
Cercò d'immaginarsi la cappella di famiglia da fuori, ma si rese conto che non c'era mai stato, non era manco mai entrato in quel fottutissimo cimitero di quell'altrettanto fottutissimo paese dimaredimerdadovequandocivaid'estatenontrovimaiuncazzodiparcheggio.
Lo aveva immaginato da sempre, dalla terza elementare era la sua più grande paura. Lo aveva persino detto una volta a cena tra amici, così tra il serio e il faceto: se dovessi morire e voi siete ancora vivi seppellitemi con una pasticca di veleno o anche con una pistola. La tutti a darmi dell'egocentrico paranoico: bravi dico io. E quel tipo. Quel coinqulino di quell'altro tizio li a darmi addosso, ma chi lo aveva invitato quel tipo, o forse era casa sua, ma anche se... 'cazzo voleva dico io?!
Si tastò le tasche per vedere se qualcuno lo aveva accontetato.
Apprezzò la qualità dei vestiti con cui era stato seppellito, riconosceva un bel completino di lana con camicia e cravatta di seta, si accorse anche di avere un rosario tra le dita: mamma, anche da morto...
Si palpò - dunque - per quel che poteva dentro quella bara. I suoi cari erano stati solo capaci di lasciargli: un pacco di sigarette, un libro, una foglietto di carta non meglio identificato e dai 30 ai 40 foglietti più piccoli - presumibilmente delle immaginette - mamma!!!
Zero suicidio indolore.
Pensò a chi avesse potuto lasciargli cosa e a chi si fosse scordato l'accendino: non è mai troppo tardi per una sigarettula, poi non si sa mai un cancretto fulminante.
Che cazzo faccio si disse.
Provò a trattenere il respiro, provò a sbattere la testa, incomiciò a sbattere e sbattere poi a soffocare e poi si dimenò e il buio e sempre meno aria e capì che era nel bel mezzo della sua paura e che c'era ancora meno aria e stava per capire che sarebbe finita per sempre quando finì.
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