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martedì 9 giugno 2009

Ex libris

Pigiati nei vagoni merci, si stava scomodi: alla prima sera, approfittando di una fermata, Cesare e io scendemmo a terra, per sgranchirci le gambe e trovare una migliore sistemazione. Notammo che in testa erano vari vagoni passeggeri, e un vagone infermeria: sembrava vuoto. - Perché non ci saliamo? - propose Cesare. -E' proibito, - risposi io insulsamente. Perché infatti doveva essere proibito, e da chi? Del resto, avevamo già potuto constatare in varie occasioni che la religione occidentale (e tedesca in specie) del divieto differenziale non ha radici profonde in Russia.
Il vagone infermeria non solo era vuoto, ma offriva raffinatezze da sibariti. Lavatoi efficienti, con acqua e sapone; sospensioni dolcissime che attutivano le scosse delle ruote; meravigliosi lettini appesi a molle regolabili, completi di lenzuola candide e coperte calde. Al capezzale del letto che avevo scelto, dono supererogatorio del destino, trovai addirittura un libro in italiano: I ragazzi della via Paal, che non avevo mai letto da bambino. Mentre i compagni già ci dichiaravano dispersi, trascorremmo una notte da sogno.

Primo Levi - La Tregua




Scrivevo oggi una lettera morta, riportando questo stralcio di Levi che ho riportato anche qui. Ne discussi un giorno anche con il mio prezioso mentore e correttore preciso di inutile bozze. Perché si legge? Perché si arriva ad avere il vizio della carta stampata (come dirà lo stesso Levi qualche pagina più tardi), arrivando ad assurgere il libro a feticcio?
Il pensiero è che non vi è letteratura che non sia di evasione. Nel senso che si legge sostanzialmente perché molte volte si ha paura, si ha paura di noi stessi, dei nostri stessi pensieri - che sopraggiungono veloci - appena ci distacchiamo dalla preziosa parola stampata. La nostra mente è debole, non è capace di autodifendersi ed ha bisogno di un aiuto. Per lo più si legge narrativa, evasione per eccellenza, dove si racconta di altre vite, di altre storie. Queste a volte sono vere, a volte surreali, di sicuro altre. Chiaramente più si va avanti e più subentra anche un gusto particolare, ma in momenti del tutto bui si leggerebbe anche un trattato di ostetricia in tedesco (1). Si può leggere per non aver paura di morire.
Da questa condizione di dipendenza, da questo attaccamento morboso per l'evasione, nasce l'attaccamento al libro - che può avere un substrato consumistico - come oggetto fisico, ma è l'unica chiave di accesso all'altro da se. Forse per questo droghe (2) e libri non vanno d'accordo in me: forse mi sento troppo lontano da me, forse sono due escamotage che non collimano tra di loro, forse - più prosaicamente - la droga non favorisce la concentrazione, e la fuga ex libris ne richiede per essere totale ed appagante.


(1) Come farà Levi qualche pagina dopo.
(2) Per le forze dell'ordine :"Giuro che ormai si parla di qualche canna ogni due o tre mesi!"

sabato 21 marzo 2009

De pulchritudine

E' già passata una settimana da quando disorientato nel cortile di una corte ne corteggiavo il miracolo. Gira e rigira mi sono ritrovato a testa in giù con il mio pard sardo a parlare della bellezza e del suo rapporto con l'Onnipotente. Mi chiedevo e chiedevo: ma se Dio esiste come può esistere la bellezza? Ecco, pensavo cercando di rispondermi, molti - cercando di provare l'inesistenza di Dio - sottolineano la presenza nel mondo di guerre, carestie etc. etc. ma queste sono, a mio parere, da attribuire all'inesistenza di Uomini, arrivo pure a comprendere la giustificazione clericale massima: il libero aribitrio - anche se a me l'arbitro sembra un po' venduto -
Dicevo, la bellezza è la prima e forse unica lotteria naturale che ti segna da quando vieni concepito, la combinazione dei tuoi geni, dall'istante della fecondazione, segna in bene o in male la tua vita. Io parto da una considerazione elementare e cioè :"il bello piace, il brutto no". Quello che dico può forse risultare come limitante riguardo a quello che può poi essere la persona tout court, ma la bellezza o la bruttezza riguardano tutti gli ambiti della nostra vita. E' anche ovvio che ci sono ambiti in cui la bellezza non è determinante, ma resta a mio parere quel quid che ti apre le porte della felicità di ogni giorno. Cerco di spiegarmi: io non mi reputo né bello né brutto, e ho un rapporto molto ironico con la mia immagine allo specchio, ma diciamo che questo atteggiamento è il frutto di attente riflessioni che mi hanno fatto maturare. Pensate cosa può essere lo specchio tutte le mattine per un brutto vero, oggettivo, il mondo deve sembrare e sembra un regno governato da una elite di belli da cui tu sarai sempre escluso per colpa di nessuno o al massimo dei tuoi genitori che ti hanno fatto brutto. Un altro aspetto fondamentale è la vita di relazione, se siete brutti starete con un brutto a meno che un bello non vi scelga e non c'è altra soluzione di sorta.
Quindi oh mio caro e buon Dio, so di essere magari un po' manicheista (anche se sei tu ad averci suddivisi così) e che in fondo la vita ha infinite scale cromatiche, ma come negare quello che ho appena esposto in questo post assurdo e inutile come una bella ad un concorso di bruttezza (che tra l'altro finirebbe per vincere - in quanto nessun vero brutto vorrebbe vincere il concorso che lo consacra come tale - rimanendo pur sempre sicura della sua bellezza). Come credere che distribuisci occhi verdi e glaucomi con la stessa facilità e spensieratezza con cui io butto giù una Ichnusa insieme al suddetto pard. Forse scrivo questo perché non sono talmente maturo e vorrei essere bello.

sabato 10 gennaio 2009

Cuori, Quadri, Fiori e Picche

Di questi tempi ho voglia di scrivere anche se non so bene cosa, ma l'importante è iniziare. Parlo - anzi parlavo prima di scrivere - della gente che si fa appendere con anelli e piercing per provare dolore, masochismo insomma; si parlava e il mio saggio interlocutore mi dice "eppure è la cosa da cui tutti fuggono". Quindi cosa può portare alla necessità di provarlo? Sono forse persone morte dentro che riescono a sentirsi vive solo provando dolore??? Non so darmi una risposta. Vero è, comunque, che mai ci si sente più vivi che come quando si soffre, o come quando fuori piove - io personalmente soffro quando fuori piove, ma lasciamo da parte la mia meteoropatia. La mia curiosità mi spinge anche verso un altro lido, e cioè: quando ci si sente vuoti a tal punto da voler soffrire, vuol dire che vi è una sofferenza di base, non fisica ma interiore; magari allora si vuol dimenticare la prima per la seconda, anche perché quando stacchi l'ago dalla carne e ritorni con i piedi per terra il dolore finisce e ti rimane quella piacevole senzazione della fine della sofferenza; come quando da stanchi per il lavoro ci si distende e si sentono gli arti dolere piacevolmente, ma pur sempre dolere. Contrariamente al fisico, un "io" che soffre dentro non ha scampo, non ha vie di fuga, se non appunto (forse) quella di rifugiarsi nel suo gemello corporeo. Già, mi ha sempre incuriosito questa ambiguità semantica infatti dolore e sofferenza sono parole che vengono usate indifferentemente sia per la mente che per il corpo, che in fin dei conti sono il dualismo fatto persona, sono l'uomo. Come associare, e come d'altronde non farlo, essendo due facce della stessa medaglia, i due tipi di dolore, uniti seppure diversi? Evidentemente, qualcuno fa le sue classifiche e decide cosa è meglio e cosa è peggio e qualcun altro al massimo pensa di scriverci una cazzata sopra.

domenica 21 dicembre 2008

Il Natale dei Senza Speranza

Questo post sicuramente andrà tra le etichette denominate sotto la voce "altro" ecco anche perché sono talmente apatico che non ho voglia nemmeno d'inserire la punteggiatura, o almeno lo farò sporadicamente, visto che comunque la sbaglierei e finalmente un punto. Appunto dicevo, il Natale o meglio il natale maiuscolo o minuscolo che lo vogliate dire io personalmente ne ho le palle piene, quello che dico non si rivolge ne viene pensato da una mente assolutamente atea o credente, ecco la religione qui ha ben poco a che fare il centro è quel mito del natale assolutamente laico capitalistico della Speranza. Ecco un altro punto - in tutti i sensi - il problema è che ogni anno c'ingozziamo di leccornie e film di babbo natale, ma tutto questo è imperniato di una melassa appiccicosa di desideri che noi tutti speriamo vengano realizzati e che ne i films effettivamente lo sono, bene... Normalmente e fino allo scorso giorno 25 dicembre, io credevo che sperare fosse una buona cosa, e continuavo a farlo laccato e com'ero di anni di spirito natalizio costantemente difforme da quella che è ed è stata la mia esperienza con questo rigido giorno di fine anno. Questo è l'ultimo punto, o forse il penultimo visto che ne avrò bisogno per chiudere questo discorso patetico, ecco vorrei concludere con la mia ammissione al mondo si: (addirittura due punti) sono senza speranza - ecco - no nel senso che intendono i miei professori o i miei genitori, ma proprio senza la speranza che per ciò che voglio ci sia rimedio, basta e punto - l'ultimo.

mercoledì 4 giugno 2008

Odori senza - Senso - senza Odori


Oggi mi è capitato di andare in compagnia di mio padre all'Ipercoop, centro commerciale che chi risiede nei dintorni di Ragusa e provincia conoscerà se non altro per sentito dire. Devo dire che non vado molto in questi posti, che da qualche anno stanno riscuotendo un discreto successo di pubblico, anche per i prezzi concorrenziali soprattutto del supermercato rispetto ai rivenditori del centro città (dettaglio evidenziato da mio padre, visto che non faccio mai la spesa qui!). Dicevo che io non vado, ma a dire il vero non ho pregiudizi su questi posti, sembrerebbero una "naturale" conseguenza dei luoghi classici di acquisizione di beni e di socialità, il problema è che tutto sembra imposto tutto forzatamente assieme. Quest'osservazione e quindi questo post nascono entrambi dalla spiacevole sensazione di nausea che provo quando entro proprio dentro questo "Ipermercato" ed aumenta all'avvicinarsi nei pressi delle enormi "distese" di banchi frigo e alimentari. Tutto è li pronto per essere acquistato, pronto e accessibile, ma allo stesso tempo tutto è così confuso, così spiacevole. Infatti (non so come spiegarlo meglio) quando si va in una pasticceria è bello annusare a pieni polmoni il dolce profumo di torte e biscotti, o anche in una salumeria o in una tavola calda prosciutti e salami si mescolano al massimo con l'odore del pane e delle pizzette. Contrariamente in questi giganti della distribuzione il Camembert si unisce al pesce decongelato, la Sacher (mi sia consentito il riferimento dolciario/cinematografico) al tanfo della carne cruda e così via tutto rigorosamente condito dall'odore "impetrolito" della plastica e da quello pungente di oli per macchine e deodoranti (per ascelle sudate). Non so nemmeno perchè scrivo queste cose, non penso che ci sia niente di male, ma tutto sembra uguale dapperttutto, lo stesso odore nauseabondo lo trovavo all'interno del "supermarché" della catena Champion vicino la mia residenza nell'Ile de France, l'ho trovata nei brevi e sporadici viaggi in qualche paese europeo, ovunque identica. Ora chiudo, senza una conclusione, perchè non ce n'è una effettivamente, questo post inutile come il mio senso di nausea... bleahhhh

lunedì 21 aprile 2008

Sulla divinità e sull'amore

Certi attimi sono così difficili, certi così intensi, in effetti seppur pieno di lacune io sono la sola cosa di cui ho coscienza, tutto così vuoto, tutto così perfetto ed io così perfetto a viverci dentro, così pieno di paura di scoprire che il senso di quello che mi circonda è alla base così banale. Se io guardo gli altri e capisco la mia umanità, guardo gli animali e capisco la loro natura così diversa eppure così vicina alla mia. Guardando Dio gli attribuisco l'essenza stessa di tutto, gli attribuisco in definitiva, quel senso che cerco di trovare, ma non trovo, ma mi domando, e ogni volta muoio un po' dentro, che se anche Dio è quello che è, o che crediamo sia, ma l'unica cosa che ci accumuna è la pura e semplice esistenza. Chi da senso a Dio? Nel senso se fossimo solo noi ad attribuire la "divinità" a Dio, in quanto non possiamo ricavare la sua vera identità perche il confronto a noi è impossibile, anche solo perchè "piccoli" e facenti parte di una generazione giovane della terra. In definitiva l'uomo è in continua evoluzione, l'uomo potrebbe essere Dio, capace all'apice dell'esistenza della sua esperienza di vita di prendere la percezione di aver raggiunto tutte le caratteristiche della divinità. Se il cammino dell'uomo fosse questo: autocoscienza del se e delle proprie capacità assimilabili a quelle della divinità? Se si pensa noi abbiamo già dentro le caratteristiche della divinità, la già citata esistenza e comunque il fatto di poter ricreare la vita, se Dio ha creato la "Vita", noi lo facciamo giorno per giorno, la natura tutta ha in sè questo potere creativo, diciamo. Dio è intagibile, se cerchiamo col nostro strumento d'indagine migliore: il corpo ( oggetto teso tra immanenza e trascendenza, alla quale non bisogna per forza dare caratteristiche divine, ma intendo qualcosa di non fisico, che sfugge a quello che viene detto ragione) io le uniche cose che non riesco a vedere e percepire, in pratica l'unica trascendenza che vedo applicata tutti i giorni, e che anzi avvolte stravolge il nostro agire e il nostro mondo fisico sono i sentimenti. Con questo aspetto sembra quasi che essi vengano da Dio, nel senso che che sono accumunati da una stessa natura trascendentale, ma io vedo sia bene che male, e se Dio ach'egli fosse bene e male, magari è proprio questa ambivalenza così "tipicamente" umana la famosa immagine e somiglianza di cui ci arrivata memoria. Anche se sempre basandosi sempre su quello che ci comunica il corpo; si sta veramente bene quando lo si fà. Il senso è che è il bene che porta il bene dentro di noi, ci sono certi modi dell'agire umano che a mio parere sono Male, al di la della Cultura, gli atti che poi praticamente ci fanno sentire male a livello interno, quel tipo di dolore che è così "trascendente". E se Dio, la sua perfezione, derivasse proprio da questo, cioè dal fatto di aver conosciuto cos'è il male ed essersene distaccato fino a diventare puro amore...? L'essere perfetto è un essere di puro amore, e tale peculiarità e conditio sine qua non per la sua divinità (sonno..zzzzz...)

fonte: il mio taccuino

sabato 10 novembre 2007

Sul Tempo e sull'Eterno

Io non ho studiato filosofia, che al liceo non sono dunque adatto per parlare di ciò, ma questo è il mio blog e parlo di ciò che voglio anche senza averne le competenze...
Quello che voglio dire è che secondo me l'uomo in fondo ha paura della morte, come fine dell'esistenza fisica, per la sua dimensione temporale eterna, quello che spaventa è dunque l'infinito, che ci circonda sempre nello spazio e nel tempo. Io penso che però l'eterno in se distrugge il tempo, e che se non fosse così non auguro a nessuno di vivere in eterno... Anche in un ipotetico aldilà se si mantenesse la stessa struttura spazio-temporale verremmo atterriti da una nostra condizione eterna di esistenza, come quella della non-esistenza eterna. Forse nell'eternità, o in un sempre ipotetico aldilà, superando la nostra condizione finita della corporalità, diventeremo anche noi eterni e vedremo la rottura del tempo come la nostra liberazione dall'angoscia dell'infinito. O forse la nostra non esistenza metterà la parola fine anche a queste mie speculazioni da quattro soldi...